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Il Gruppo Subacqueo di Bassano organizza un'immersione esplorativa. Della squadra di punta fa parte il Dott. Gaetano Starabba, di quarantadue anni, Vice Direttore della Banca Nazionale del Lavoro di Vicenza, pratica attività subacquea da vent'anni.
Il programma scrupolosamente stabilito prevede l'intervento di tre squadre: una squadra si fermerà a -20m., un'altra a -40m.; la terza squadra, quella di punta, formata da Gaetano Starabba e Adriano Mengotti, scenderà fino a -50m. I contatti fra le squadre saranno tenuti mediante segnali luminosi.
Dopo che le squadre di appoggio hanno raggiunto le loro postazioni, parte la squadra di punta che supera rapidamente i -40mt. e si immerge sempre più nel buio. Arrivati a -50, profondità massima stabilita, il Dott. Starabba prosegue verso il basso, nonostante la programmazione preveda a questo punto il rientro e nonostante i richiami fatti dal compagno.
Vistosi non ascoltato, Mengotti si rassegna e lo segue.
A circa -60 metri si accorgono di aver perso il riferimento luce. Si vedono costretti ad aprire la riserva e quindi si portano ad una quota superiore per risparmiare aria.
Cominciano a cercare l'uscita, lucidamente prima, più affannosamente poi. Passano i minuti e ormai i due sono rassegnati alla morte.
Si stringono la mano in un ultimo gesto d'addio e quindi si separano, ognuno cercherà l'uscita per conto proprio. Passano altri minuti e Gaetano Starabba esaurisce completamente l'aria, sviene e muore per anossia. Si adagia su un fianco e la torcia che tiene in mano illumina una sagola che si dirige verso l'alto.
Mengotti la vede e la segue: è la via della salvezza.
Mengotti, risalendo la sagola vede la luce della squadra a quota -40m. e qui viene soccorso e riportato verso la superficie dai sub delle squadre di appoggio. Costretto a rispettare la tabella di decompressione si salva.
Superati i primi comprensibili momenti di angoscia, vengono allertati gli amici della Società Tre Mari di Vicenza, di cui Starabba era socio, per stabilire un piano operativo per il recupero della salma.
La Banca Nazionale del Lavoro di Vicenza contemporaneamente chiede l'intervento di specialisti dello Stato. Si rendono operativi i Carabinieri Sommozzatori di Trieste, che raccomandano ai presenti di non immergersi prima del loro arrivo. La prima giornata trascorre nell'inutile attesa. Un'ordine superiore li fermerà perchè non abilitati ad operare in grotta.
A questo punto l`operazione è in mano ai volontari.
Nel frattempo si sono resi disponibili anche volontari che arrivano da Milano, Cuneo, Verona e Trieste.
Si pone il problema di stabilire chi coordinerà le operazioni. La candidatura naturale sarebbe quella di Modesti, all'epoca esponente di spicco delle immersioni speleosubacquee, che in quel momento però si trova bloccato a letto con una parotite.
Enrico Mendini si assume l'onere di coordinare le operazioni, dopo aver ottenuto carta bianca dai presenti e dopo essersi consultato telefonicamente con Modesti, dal quale riceve raccomandazioni e consigli.
Viene chiamato il Dott. Luigi Simoncelli, esperto sub, a prestare assistenza medica. Per tutta la durata delle operazioni saranno disponibili un'ambulanza e un'elicottero per trasportare eventuali embolizzati a Riva del Garda dove si trova una camera iperbarica dell'Istituto Rossi di Vicenza.
Mendini dispone coppie di sub lungo il percorso in profondità e cioè alle quote -20, -40 e -50m., le loro istruzioni sono semplici: se vedono risalire dalla quota inferiore una sola torcia significa che uno dei due sub che operano a quota inferiore ha avuto dei guai e che quindi si deve intervenire: uno dei due sub si porterà verso la quota inferiore per prestare soccorso, l'altro si porterà verso l'esterno per allertare la superficie. I sub dislocati lungo le quote intermedie oltre all'attrezzatura personale sono dotati di autorespiratori di emergenza, ogni sommozzatore dispone di due torce.
Il percorso fino a -60 m. è stato precedentemente tracciato con un filo d'Arianna.
Dopo che le squadre d'appoggio hanno raggiunto le loro postazioni, parte la squadra di punta, composta da Enrico Mendini e Luciano Russo di Trieste. I due avvistano il corpo alla profondità di -70 metri e decidono di assicurarlo ad una cima. Mentre sta tagliando la corda in eccesso, Mendini sente l'arrivo dei sintomi dell'ebbrezza da profondità, va in affanno, e come accade per istinto in questi casi, stringe forsennatamente il boccaglio dell'erogatore fra i denti, ciò fa si che gli sembri che l'erogatore faccia acqua. Con il coltello ancora in mano risale fino a quota -50 accompagnato dal compagno per cambiare autorespiratore, ma ancora stringe eccessivamente il boccaglio, e anche questo erogatore fa acqua. Risale ancora a -20, sul fondo del laghetto: il risultato non cambia. Rassegnatosi va in sincope volontaria e sviene, ma nei suoi polmoni non è entrata acqua. Immediatamente viene riportato in superficie dalla squadra di emergenza. Mentre sta per essere tirato fuori dall'acqua sfugge di mano ai soccorritori e riprecipita nel fondo del laghetto. A questo punto le sue condizioni si fanno critiche. Nuovamente recuperato viene sottoposto a respirazione artificiale: si riprende e viene trasportato all'ospedale di Bassano del Grappa dove rinverrà completamente.
Racconta Mendini: "All'Ospedale ritennero opportuno mandarmi in camera iperbarica. Vestito con solo una coperta di lana venni caricato sull'elicottero nella barella esterna. Per raggiungere Riva del Garda l'elicottero superò alcune cime: se avessi avuto un principio di embolia quel volo mi sarebbe stato fatale!
A Riva del Garda c'erano già i giornalisti ad attendermi. Entrai nella camera iperbarica. La porta non venne neanche chiusa, aspettai che giornalisti e fotografi finissero il loro lavoro e quando se ne andarono uscii."
Intanto a Ponte Subiolo si continuano i tentativi e interviene una seconda squadra per completare il recupero.
A quota -50 metri Tommasini di Milano che con Rossi costituiscono gli elementi di punta della squadra, va in affanno e sviene. Soccorso dal compagno viene rapidamente portato in superficie.
Le sue condizioni sono molto critiche e il medico dispera di salvarlo, non respira e il cuore praticamente non batte più. La respirazione artificiale e il massaggio cardiaco continuano per mezz'ora.
Si riprende lamentandosi di forti dolori al diaframma e inizia a perdere sangue dalle labbra. Viene quindi trasportato via elicottero a Riva del Garda e successivamente ricoverato al reparto di rianimazione. Due giorni dopo sarà dichiarato fuori pericolo.
Le operazioni di recupero subiscono un arresto in quanto, a causa delle precipitazioni il laghetto si è scatenato e la copiosa emissione di acqua impedisce qualsiasi tentativo di immersione.
La Questura di Vicenza richiede l'intervento del Centro Nautico e Sommozzatori di P.S. che, sette giorni dopo l'incidente mortale, invia i capitani sommozzatori Francesco Forleo e Maurizio Zaffino, l'appuntato sommozzatore Otello Ontarti e l'infermiere Michele Massafra per studiare le possibilità del recupero.
Probabilmente a causa dell'esiguità delle fonti di illuminazione i militari, durante la prima immersione si fanno l'impressione di una condotta a carattere labirintico con passaggi angusti e che si tratta di un'impresa molto pericolosa. Comunque riescono a trovare il corpo del Dott. Starabba. Cercano di riportarlo alla superficie, ma non ci riescono a causa dell'assetto troppo negativo.
Nella seconda giornata di immersione scoprono che il corpo di Starabba, forse soggetto a impercettibili correnti, si è incastrato in un dedalo di cunicoli ciechi da cui pare impossibile estrarlo. La profondità ora supera i -70 metri, e si avvicina ai -80.
I due ufficiali si smarriscono e riemergono ognuno per proprio conto temendo che il compagno fosse rimasto nella grotta.
Si dispera ormai di riuscire a recuperare la salma. Vengono richiesti rinforzi.
Arrivano i militari Piacentini e Piscitelli, assieme a una camera iperbarica mobile.
Il 26 luglio riprendono le operazioni: Il corpo viene liberato e riportato a quota -50m.
All'improvviso un'altro incidente: la guardia Piacentini che a quota -45 metri costituiva una base intermedia è colto da malore. Il Cap. Zaffino lo trasporta da Piscitelli con l'incarico di riportarlo alla superficie. Zaffino torna quindi verso Forleo che sta cercando di liberare il corpo del Dott. Starabba dalla cintura zavorra per avvertirlo di risalire.
Intanto Piacentini perde i sensi e Piscitelli gli mette in bocca il proprio erogatore riuscendo poi a recuperare l'erogatore abbandonato dal compagno. Al culmine della sfortuna una pinna del Piscitelli si incastra in uno scoglio, riesce a liberarsi con uno strappo e a guadagnare la superficie con una sola pinna, trasportando il compagno proprio mentre le forze stanno per abbandonarlo.
In superficie i due vengono prontamente soccorsi dagli appuntati Ontarti e Massafra e da altri volonterosi che non esitano a tuffarsi nelle gelide acque del lago.
Mentre Piscitelli si rimette prontamente, Piacentini viene messo nella camera iperbarica mobile in dotazione ai sommozzatori e successivamente trasportato all'Ospedale di Bassano del Grappa.
Nel quarto giorno di immersione i sommozzatori effettuano una specie di cordata umana riuscendo a portare il corpo di Starabba ad una profondità di -40 metri dove viene ancorato con una cima a spuntoni di roccia. Ancora una volta, affaticati per lo sforzo, i sommozzatori rischiano di perdersi.
L'immersione del giorno seguente sembra più facile, invece si scopre che il corpo di Starabba, staccatosi dallo spuntone di roccia al quale era stato legato, è precipitato alla profondità di -55 metri.
Ridiscesi a questa quota il Cap. Forleo e la guardia Piscitelli trasportano il corpo, mentre il Cap. Zaffino li guida verso l'uscita. Nonostante tutte le precauzioni, il filo d'Arianna si interrompe e i tre sommozzatori si smarriscono nuovamente.
Fortunatamente a questo punto interviene l'appuntato Ontarti che, dislocato sul percorso e allarmato dal protrarsi dell'intervento, si addentra nel cunicolo raggiungendo i compagni e indicando loro la giusta direzione.
Dopo cinque giorni di immersioni in condizioni proibitive il corpo del Dott. Starabba viene riportato alla superficie. È il 29 luglio, sono trascorsi 14 giorni dalla data dell'incidente.
I numerosi e gravi inconvenienti incontrati dai soccorritori, oggi possono lasciare perplessi. Per comprenderli bisogna innanzitutto tenere presente la profonda differenza fra le attrezzature attuali e quelle dell'epoca. I continui progressi tecnici oggi permettono di usare attrezzature molto più affidabili e maneggevoli, nessuno dei soccorritori era dotato di mute stagne e quindi erano aggrediti dal freddo intenso. Le bombole in dotazione non consentivano l'autonomia di quelle attuali essendo in grado di sopportare cariche fino a sole 150 atmosfere.
Un'altro problema era rappresentato dall'assetto. Non sono molti anni che è stato definitivamente accettato da tutti i sub l'uso del giubbetto idrostatico. All'epoca non si usava e quindi la risalita poteva risultare molto faticosa, specie se con un peso supplementare da trainare, da ciò il pericolo dell'affanno.
Il tipo di illuminazione usato era decisamente carente, in quanto non esistevano ancora i moderni illuminatori ad alta potenza. In queste condizioni un masso poteva sembrare una parete e lo spazio fra due massi una condotta.
I gruppi bombole non disponevano di doppio attacco e chi voleva immergersi con il secondo erogatore doveva procurarsi un attacco a biforca al quale collegare i due erogatori.
Il primo erogatore era il monostadio Royal Mistral, il secondo, in genere, era il bistadio Acquilon della Spirotecnique. All'epoca gli erogatori bistadio erano ben lontani dall'assomigliare ai moderni bilanciati e in profondità non davano aria. Era necessario modificare la taratura del primo stadio aumentando la media pressione in modo che erogassero in profondità. La conseguenza era che finchè non si raggiungeva la profondità l'erogatore perdeva aria.
La tragedia accaduta al Dott. Starabba fu uno choc per tutto l'ambiente subacqueo italiano. Dopo di allora le immersioni in grotta vennero abbandonate e scoraggiate.
Per molti anni le immersioni si limiteranno al laghetto esterno e a profondità più contenute, non spingendosi mai oltre i -40 metri. Qualche immersione piu' spinta e' stata fatta da sommozzatori triestini, ma mai con carattere esplorativo e a grandi profondità.
Questo è il motivo per cui, mentre all'estero realtà speleologicamente ben inferiori a quelle che erano le potenzialità del Canale di Brenta, portarono ad un notevole sviluppo tecnologico dell'immersione sotterranea, qui ciò non avvenne.
Va aggiunto però che visto quello che era il livello tecnico delle attrezzature di quegli anni, tale atteggiamento ha senz`altro scongiurato molte altre tragedie, che altrove invece non sono mancate.
Il fatto ebbe comunque un simpatico epilogo 22 anni dopo, quando durante un'immersione, alcuni sub del GGG rinvennero il coltello smarrito da Mendini, durante l'incidente che lo vide protagonista. Dopo tutto quel tempo il coltello era ancora in perfette condizioni, senza alcuna traccia di ruggine e perfettamente lucido, recava inciso il nome del proprietario sulla lama.
Fu grande la sorpresa e la commozione di Mendini quando gli fu restituito.
Paolo Trentinaglia, Bruno Cappellato e Eugenio Cestaro si immergono nel laghetto di Ponte Subiolo fino alla profondità di -40 metri.
Paolo Trentinaglia indossa per la prima volta una muta stagna, gli altri indossano mute umide. Cappellato indossa anche un casco per proteggere la testa dalle asperità della roccia.
Cosa sia accaduto non è completamente chiaro. Sembra che a -40 metri di profondità, Bruno Cappellato sia stato colto da una sincope da freddo e Trentinaglia abbia tentato di soccorrerlo riportandolo verso l'alto.
Forse per scarsa esperienza con la muta stagna, il corpo del Cappellato gli sfugge di mano e a causa dell'improvviso alleggerimento perde il controllo della risalita per la troppa aria che immette nella muta e schizza verso l'alto. Resta così incastrato in uno dei camini della grotta a testa in giù, senza riuscire più a manovrare le valvole di scarico della muta e probabilmente vittima dell'affanno.
Eugenio Cestaro, mantenendo il sangue freddo riesce a raggiungere la superficie e a dare l'allarme.
Sul posto intervengono immediatamente i sommozzatori dei Vigili del Fuoco di Vicenza e Venezia, coadiuvati dai Carabinieri subacquei di Trieste e successivamente di Genova.
Il corpo di Bruno Cappellato viene localizzato e recuperato due giorni dopo, (il 17 gennaio) con una certa facilità a -45 metri di profondità.
Le ulteriori ricerche del corpo di Paolo Trentinaglia danno esito negativo, anche a causa dei limiti di profondità imposti dai regolamenti dei VV.F. e dei Carabinieri che fissano a -50 metri la profondità permessa.
La Direzione Generale della Protezione Civile del Ministero dell'Interno decide quindi l'invio sul posto del Sistema "Filippo".
Filippo è un robot progettato espressamente per eseguire lavori di ricerca in profondità. Si presenta come una palla del diametro di circa 60 centimetri e del peso di 70 chili, è dotato di quattro eliche direzionali: due per gli spostamenti orizzontali e due per quelli verticali, una telecamera che manda le immagini dell'immersione in superficie, una macchina fotografica e un sistema sonar per la guida. Filippo è in grado di operare fino a -200 metri ed è teleguidato dalla superficie via cavo. La macchina è stata completamente costruita in Italia dalla Gaymarine di Trezzano sul Naviglio ed è costata 150 milioni. Prima d'ora non è mai stata utilizzata in grotta.
Filippo e il personale addestrato all'uso arrivano il giorno 20 e subito si mettono al lavoro per stabilire un piano operativo per il giorno seguente.
Il piano prevede il trasporto di Filippo fino alla profondità di -45 da parte di una squadra di sub. Il presupposto fondamentale è quello di permettere l'individuazione del corpo impiegando il minor numero di sommozzatori ridurre i rischi derivanti dalla profondità operativa, dalla conformazione della grotta e dal freddo.
Al fine di impiegare gli uomini con la maggiore efficacia, i sub vengono divisi in squadre composte da tre elementi, di cui uno in contatto telefonico con la superficie e gli altri due con compiti operativi.
Quando una squadra è in immersione, la successiva, completamente equipaggiata è pronta a intervenire in caso di emergenza, oppure completa i lavori che la precedente squadra non è stata in grado di ultimare.
Per tutta la durata dell'intervento è presente un'assistenza di soccorso medico che prevede con un medico rianimatore pronto ai bordi del laghetto e personale infermieristico, un'ambulanza disponibile in strada, un'elicottero dei VV.F. posizionato nelle vicinanze della zona operazioni, preallarme dell'impianto iperbarico di Padova e del relativo personale.
Vengono effettuate alcune immersioni preliminari per verificare il cunicolo e viene posizionato un filo d'Arianna fino a -45m con una lampada nella parte terminale.
Con Filippo si esplora la volta del grande salone ad una profondità variabile da -45 a -20m., ciò in considerazione di quanto riferito dal Cestaro che aveva visto Paolo Trentinaglia sparire verso l'alto e nella speranza che esistano nicchie d'aria nelle quali abbia potuto salvarsi.
Al contrario, le nitide immagini trasmesse in superficie dal Filippo portano ad escludere questa possibilità e confermano la vastità della grotta, nonchè la sua complessità caratterizzata da asperità, camini e rocce fratturate.
Lo stesso Filippo si trova spesso incastrato nelle asperità della roccia, e solo l'abilità dell'operatore, e il fatto di poter seguire costantemente la navigazione su un diagramma polare permette di non avere incidenti alla sonda.
La giornata si chiude con esito negativo, ma per i Vigili del Fuoco c'è la soddisfazione di aver verificato per la prima volta la potenzialità del Sistema Filippo in un intervento reale e in condizioni molto particolari.
In serata arrivano sul posto i tecnici del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino Sezione Speleologica.
Domenica 22 gennaio. I tecnici del C.N.S.A. completate le operazioni di allestimento del loro campo operativo, d'intesa con le Forze dello Stato si immergono per esplorare ulteriormente la parte alta del salone interno, come già osservato da Filippo, non esistono nicchie d'aria.
Si ipotizza quindi che la muta di Trentinaglia si sia lentamente sgonfiata e che il corpo si sia portato in profondità.
Viene nuovamente immerso il Filippo alle ore 15, la ricerca viene effettuata in modo sistematico sui fondali tra i -50 e i -70 metri e alle ore 16.22 la salma viene localizzata alla profondità di -63,7 metri in mezzo a degli enormi massi.
Il corpo si trova a testa in giù e ciò conferma che la muta si era gradatamente sgonfiata. Filippo invia in superficie i dati del punto (profondità, rotta bussola, distanza del cavo svolto) e viene immediatamente riportato alla superficie in quanto si trova al limite dell'esaurimento delle batterie.
Lunedì 23 gennaio. In mattinata viene concordato un piano d'azione fra i responsabili delle operazioni (Vigili del Fuoco, Carabinieri e Soccorso Alpino).
Le operazioni prevedono l'impiego di 12 sommozzatori, tutti altamente selezionati, con lo stesso dispositivo di sicurezza esterno già ampiamente perfezionato nei giorni precedenti. Viene predisposta una linea di segnali luminosi tipo Cyalume sul filo d'Arianna e due bombole di emergenza a -35 e -45 metri.
Alle ore 13 si immergono due sommozzatori dei VV.F. (VCR Dini e Vig. Capecchi), con collegamento telefonico, che portano il Filippo fino a -45 metri e ne fissano il cavo al filo d'Arianna.
Dopo circa 30 minuti di ricerca Filippo riesce a individuare nuovamente la salma di Trentinaglia e le immagini che invia in superficie permettono di decidere il modo migliore per imbragarlo.
Alle 14 circa, entra in acqua una squadra di tre sommozzatori dei Vigili del Fuoco (Vig. Zanella, De Filippis e Turchetto), con collegamento telefonico, che si porta a -45 metri con compiti di assistenza alla squadra di punta.
Dopo pochi minuti parte la squadra di punta del Soccorso Alpino di Trieste (Luciano Russo e Carlo Rossetti), contemporaneamente all'esterno è pronta una squadra di emergenza del C.N.S.A. e una dei Vigili del Fuoco.
La squadra di punta raggiunge quella dei VV.F. e seguendo il cavo di Filippo, Russo e Rossetti raggiungono la salma e la imbragano senza difficoltà.
Immediatamente si inizia a recuperarla dall'alto.
La salma di Paolo Trentinaglia riemerge alle ore 14.20, dopo otto giorni dal tragico incidente.
Per tutta la loro durata, le operazioni sono state coordinate dal Dott. Ing. Elio Andò, Comandante dei Vigili del Fuoco di Vicenza, dal Dott. Ing. Giorgio Chimenti, Comandante dei VV.F. di Grosseto e vice responsabile del Centro Nazionale Addestramento Sommozzatori dei VV.F., Piergiorgio Baldracco, responsabile Nazionale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino sez. Speleologica.
Bruno Cappellato aveva 31 anni, risiedeva a Padova, dove gestiva, con un socio, un negozio di materiale fotografico. Paolo Trentinaglia, trentino, da molti anni residente a Padova. Aveva 28 anni ed era tecnico riparatore di sistemi computerizzati.
Un gruppo di cinque sub padovani si immerge nelle acque del Subiolo. Li guida un giovane istruttore che ha già fatto parecchie immersioni in grotta: Pio Pagnossin.
Il gruppo è intenzionato a svolgere una tranquilla e divertente immersione. Chi li guida è un esperto e non sembra esserci motivo di preoccuparsi. Fra le altre cose v'è l'intenzione di fare delle riprese e delle foto. Non si intende scendere a grandi profondità, insomma un'immersione in tutta tranquillità.
Tutto sembra procedere normalmente fino a quando, a -40 Pio Pagnossin sembra essere in difficoltà: è agitato, chiede aiuto, non si capisce cosa gli succeda. Ne consegue una grande confusione fra i presenti: fasci di luci, segnali caotici, incomprensioni fra i partecipanti all'immersione. Il risultato è che nessuno riesce a capire che Pio è rimasto senza aria e nessuno lo aiuta. Muore per annegamento. I compagni riemergono choccati, ancora non si rendono conto di cosa è successo, nulla possono fare se non avvertire le autorità dell'incidente.
Immediatamente giungono sul posto i Vigili del Fuoco e i sommozzatori del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino Sezione Speleologica.
I Vigili del Fuoco raccomandano ai volontari di non intervenire.
Il giorno dopo i VV.F. recuperano i resti mortali di Pio Pagnossin a -40 di profondità senza difficoltà. Gli stessi Vigili del Fuoco si preoccupano di esaminare l'attrezzatura del Pagnossin per tentare di comprendere il motivo dell'incidente.
Trovano la bombola completamente vuota. La riserva inserita e l'attacco a staffa dell'erogatore allentato.
L'ipotesi più probabile è che l'attacco a staffa dell'erogatore abbia ricevuto un colpo contro le asperità della roccia. Ne è seguita la completa fuoriuscita dell'aria delle bombole. Pagnossin, come del resto la maggioranza dei sub, non usava i più moderni attacchi DIN (tedeschi), molto più adatti e sicuri per le immersioni in grotta.
Pio Pagnossini risiedeva a Padova, aveva 28 anni.
Cinque speleosub del Gruppo Grotte Giara Modon si immergono nella grotta. Sono divisi in due squadre: la prima composta da Daniele Bonato, che si immerge per addestramento e Antonio Secco che lo accompagna, la seconda composta da Emanuela Baggio, Paolo Ferronato e Alberto Bellot che si immergono per eseguire ricerche biospeleologiche.
All'esterno del laghetto, due amici, Massimo Mocellin e Mauro Pangrazio si stanno preparando per immergersi. I due partono diversi minuti dopo le due squadre del G.G.G. e raggiungono rapidamente la prima squadra che si è fermata a -30 metri. I sub delle due squadre si salutano, e quindi Mocellin e Pangrazio proseguono in profondità. Secco e Bonato iniziano lentamente a risalire verso il fondo del laghetto a -20.
I due amici raggiungono la seconda squadra del G.G.G. che sta esplorando il grande salone a -48 metri di profondità. Li avvicinano per salutarli e quindi iniziano immediatamente la risalita. I sub del G.G.G. li vedono partire e subito scompaiono alla loro vista in quanto nella posizione in cui si trovano la visuale è interrotta da una curvatura della grotta.
Passano diversi minuti e nel frattempo i componenti della squadra di profondità del G.G.G., convinti che i due siano già da un pezzo usciti, iniziano a loro volta la risalita. I due amici invece, forse a causa della scarsa illuminazione di cui dispongono, si sono persi, nonostante la presenza del filo d'Arianna e stanno affannosamente cercando la via del ritorno.
A -42 metri i sub del G.G.G., si sentono afferrare per le bombole, sono i due amici che tentano disperatamente di aggrapparsi.
Gli speleosub si rendono immediatamente conto che i due sono in difficoltà. Tentano di aiutarli offrendo la loro aria e soprattutto cercando di calmarli.
Alberto Bellot accompagna Massimo Mocellin fino al fondo del laghetto dove si trova l'altra squadra del G.G.G. con Antonio Secco, che resosi conto della situazione si avvia immediatamente in profondità, dove incontra Emanuela Baggio e Paolo Ferronato che stanno ancora tentando inutilmente di riportare alla superficie Mauro Pangrazio ancora in preda al panico. Mauro sviene e Antonio lo riporta rapidamente in superficie e quindi si reimmerge per completare la decompressione.
All'esterno si trovano i sommozzatori di un gruppo di Rovigo, che immediatamente si rendono conto della situazione, e estratto il corpo esanime di Mauro iniziano le manovre di rianimazione.
Il massaggio cardiaco e la respirazione artificiale eseguita con ossigeno e pallone rianimatore durerà circa 40 minuti, senza che Mauro dia segni di miglioramento. All'arrivo dell'ambulanza dell'Ospedale di Bassano del Grappa, i sanitari ne constatano il decesso.
Il compagno di immersione, Massimo Mocellin, completamente sotto choc è riemerso senza la dovuta decompressione. Verso sera entrerà nella camera iperbarica del centro di Padova e il giorno dopo sarà fuori pericolo.
Mauro aveva ventitré anni, faceva il meccanico. Risiedeva a San Nazario e giocava nella locale squadra di calcio.
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